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Tra Basso Medioevo ed Età Moderna: esploratori, mercanti, banchieri

 

Tra Basso Medioevo ed Età Moderna: esploratori, mercanti, banchieri

Giuristi, religiosi, diplomatici ed artisti hanno alimentato il dialogo e la mutua influenza tra le due culture, ma non furono da meno i mercanti, i cui nomi restano legati alla storia delle esplorazioni marittime portoghesi. La presenza di genovesi e pisani nei porti arabi e cristiani del Mediterraneo occidentale è segnalata già nel XII secolo, ma sono i nomi degli esploratori genovesi del XIV e XV secolo quelli più impressi nella memoria collettiva. Come quelli di Ugolino e Vadino Vivaldi, che già nel 1291 si avventurarono le colonne d’Ercole per raggiungere le Indie con due secoli di anticipo rispetto a Vasco da Gama e Cristoforo Colombo, senza fare ritorno. Fu forse la loro avventura ad ispirare la storia del viaggio di Ulisse narrata nel XXVI canto dell’Inferno; senz’altro fu la causa della missione di ricerca capitanata da Lanzarotto Malocello, che nel 1312 approdò alle Canarie e da cui prende il nome l’isola di Lanzarote.

L’illuminato D. Dinis non volle restare indietro nella competizione con baleari e aragonesi, e nel 1317 nominò il genovese Emanuele Pessagno ammiraglio della marina portoghese, in cambio della presenza a bordo delle sue navi di 20 genovesi “sabedores do mar”.

L’esempio fu seguito dal figlio D. Alfonso IV quando nel 1341 affidò il comando di una spedizione esplorativa delle Canarie al genovese Niccolosio da Recco e dal fiorentino Angiolino del Tegghia de' Corbizi. Di tale missione, che con tutta probabilità giunse anche all’arcipelago di Madeira, resta il resoconto anche antropologico di Giovanni Boccaccio: il De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis.

Sulla base di tali scoperte, l’infante D. Henrique finanziò nel 1456 la missione dei genovesi Alvise Cadamosto ed Antoniotto Usodimare, che dopo essersi inoltrati per oltre 100 km all’interno del continente africano lungo il corso del Senegambia avvistarono parte delle isole di Capoverde; stesso finanziatore e stesso luogo d’origine anche per la missione del 1460 di Antonio da Noli, che esplorò in modo sistematico tale arcipelago, e che per questo ne è considerato lo scopritore.
Ma anche non genovesi vennero coinvolti nel controllo dei mari, come il piacentino Bartolomeo Perestrello, ingaggiato da D. Henrique per governare Porto Santo nel 1446.

La conquista degli spazi oceanici non sarebbe però stata possibile senza un complesso sistema che garantisse l’investimento di ingenti capitali per imprese comuni, attraverso schemi giuridici certi e stabili: in altre parole, non ci sarebbe stata economia-mondo senza l’apparato tecnico-giuridico in grado di sostenerla. In questo settore, l’esperienza finanziaria dei banchieri italiani presenti in Portogallo facilitò considerevolmente la sua entrata nel ritmo e nelle tecniche del commercio mediterraneo prima, atlantico poi, perché nel XVI secolo potesse organizzarsi il commercio delle merci orientali negli esigenti mercati europei.

Esplorazioni e banche sono naturalmente due vertici della base di un triangolo che ha come suo vertice il commercio. Pochi anni dopo la scoperta di Madeira, gli ebrei portoghesi attivi nel commercio dello zucchero elessero come loro rappresentanti mercanti italiani ivi residenti, come Dinis Sernige, Lucas Cesar e Sisto Lomellino. L'interessamento italiano alla rotta dello zucchero madeirense sarebbe proseguita anche con i due grandi mercanti fiorentini attivi in Portogallo nel XVI secolo: il primo fu Bartolomeo Marchionni, che riuscì addirittura a concentrare il monopolio sull'esportazione di alcune di queste merci, in un’area commerciale che toccava le Fiandre, le isole Britanniche, Madeira, le Canarie, e la Guinea.
Il secondo fu Lucas Giraldi, attivo qualche decennio dopo anche nel commercio degli schiavi con l’Africa e delle spezie con le Indie orientali, partecipando in prima persona alle spedizioni delle flotte portoghesi verso i mercati orientali. Il suo raffinato stile di vita, gli atti di munificenza, ma soprattutto le operazioni di intermediazione bancaria per conto della monarchia portoghese gli valsero il favore della corte portoghese, tanto da divenire fidalgo da ricevere il diritto a fregiarsi di uno stemma gentilizio, e lasciano intravedere un’imponente rete di collegamenti internazionali

È vero che il Portogallo, e l’emporio di Lisbona in particolare, furoni luoghi in cui tensioni tra identità comunali italiane perdevano la loro ragion d’essere. Ma è anche vero che la presenza dei mercanti italiani non fu però esente da problematiche. In primo luogo, la posizione della Corona nei loro confronti era influenzata da fattori politico-diplomatici, come quando D. Dinis, fondatore dell’Università di Coimbra, imprigionò i mercanti veneziani e autorizzò la confisca dei loro beni, come reazione-rappresaglia contro la conquista di Ferrara ai danni del Papa (quel Papa era il Bonifacio VIII, che Dante colloca all’Inferno).

In secondo luogo, la presenza di stranieri sul suolo portoghese sottoposti a statuti speciali generava, con un certo grado di analogia con il rapporto tra studenti universitari e popolazione locale, problemi e malcontento nel rapporto con la popolazione che da quei privilegi regi era esclusa.

Già nelle Cortes di Lisbona degli anni ‘50 del Quattrocento furono avanzate le prime proposte di espulsione dei mercanti italiani, ragion per cui molti di loro chiesero ed ottennero la naturalizzazione portoghese, come Marco e Battista Lomellini, Francesco Calvo, Micer Leonardo Siciliano, Nicolau Cattaneo e Antonio Spinola. Ma furono le corti di Evora-Viana del 1481-1482 a rappresentare un autentico manifesto contro la presenza dei mercanti stranieri nel regno: “que todos os estrangeiros vindos ao reino para mercadejar regressem nas naus em que vieram” – recitava contro i mercanti fiorentini, genovesi, veneziani, inglesi e castigliani, che “nunca fesermos proveiro sallvo rouballos de moedas douro e prata e descobris vossos segredos da mina e ilhas”.

Infine, ad imitazione dell’antica Cartagine, l’infante D. Henrique inaugurò una politica di tutela delle informazioni nautiche conosciuta sotto il nome di Politica del Sigilo in un’ottica di concorrenza non più solo con i vicini castigliani e aragonesi, ma anche con gli italiani stessi. Per esempio, venne vietato agli stranieri, e massimamente ai Genovesi e Fiorentini, di salire sulle navi portoghesi, impedita la stampa di libri nautici, mantenuta la segretezza sui manoscritti originali. Ciononostante, esiste ampia documentazione di come i mercanti italiani riuscissero ad aggirare l’ostacolo, comunicando con rapidità impressionante con la madrepatria anche su contenuti su cui vigeva assoluta riservatezza.

Le informazioni erano di capitale importanza da quando la caduta di Costantinopoli aveva determinato la chiusura della rotta via terra con le Indie, rendendo chiaro all’Europa che la scoperta di rotte alternative avrebbe comportato lo spostamento dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico. Diventa dunque comprensibile la reazione dell’ambasciatore veneziano a Lisbona nel resoconto del valore inestimabile delle merci portate in patria da Vasco da Gama: scrisse infatti che un giorno tanto funesto per il commercio veneziano non c’era mai stato nelle storia plurisecolare della Repubblica di San Marco. E si possono comprendere le contromisure che quest’ultima tentò di adottare: infatti la battaglia navale di Diu del 1509 viene ricordata come la grande vittoria di Francisco de Almeida, contro i “turchi”, ma si omette di ricordare che a dar manforte agli Ottomani ci fosse la Repubblica di Venezia, in un’ottica di spietata realpolitik per cui il nemico del mio nemico è mio amico.

La comunità italiana rappresentò in Portogallo un punto di riferimento per navigatori più noti, come Cristoforo Colombo o Amerigo Vespucci, quest’ultimo al servizio di D. Manuel tra il 1501 e 1504 e autore della lettera Mundus Novus. Il testo, il primo in cui si sancisce l’identità e individualità dell’America, fu composto proprio a Lisbona.

Fu sempre il dinamismo di questa comunità ad offrire spunti per la ricerca di una nuova terra in cui condurre le proprie attività e le proprie vita quando l’intolleranza religiosa condusse, a partire dal 1492, al Galut, la diaspora sefardita. Le città italiane costituivano poli attrattivi per i nuovi-cristiani ed ebrei, spinti dalle espulsioni e dalle persecuzioni iberiche, una spinta creatrice di nuove opportunità, alleanze e promozione delle mobilità sociale che trascese la drammatica questione che vi diede origine. Penso per esempio a Juda Abravanel / Leão Hebreu, stabilitosi prima a Napoli, poi (dopo la conquista spagnola del Meridione d’Italia) a Venezia, autore del tentativo di dimostrare il raccordo tra la Bibbia e la filosofia greca, e autore dei Dialoghi d’Amore. O ai tipografi Abraham Usque / Duarte Pinhel e Yomtob Atias, autori della straordinaria Bibbia di Ferrara in lingua giudaico-spagnola (“ladino” in portoghese), ivi stampata tra il 1551 e il 1553. O, ancora, allo straordinario impulso e dinamizzazione che la presenza di popolazione iberica di religione ebraica fornì alla città di Livorno, tra cui la famiglia Ximenes de Aragao, oppure alla celebre famiglia Mendes Benveniste, attiva tra Ferrara e Venezia, che ricoprì ruoli di potere in tutta Europa ed ispirò autori come Shakespeare e , affermandosi nella memoria collettiva come simbolo della Diaspora ebraica. Fu proprio nell’isola greca di Rodi, quando questa faceva parte dell’Italia, che Alberto Benveniste fu arrestato e deportato ad Auschwitz, da cui non tornò. Ed è significativo degli sforzi comuni italiani e portoghesi perché l’intolleranza e il razzismo non trovino spazio delle nostre società che la cattedra di Studi Sefarditi presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Lisbona, porti il suo nome.

 

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1910