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Novecento

 

Novecento

La rivoluzione nel linguaggio artistico segue di pari passo l’evoluzione dei supporti espressivi, interessando campi tradizionali, come l’architettura e il teatro, e nuovi, come il cinema.

In architettura il dialogo prosegue anche quando le sue forme e volumi si semplificano e irrigidiscono, come risulta evidente da un semplice confronto tra la sede dell’Università di Coimbra e quella della Sapienza di Roma: gli architetti portoghesi seguono infatti da vicino sia la scuola razionalista di Terragni, Libera, Moretti e Giò Ponti, sia quella monumentale rappresentata da Giovanni Muzio, Marcello Piacentini.

Contemporaneamente, anche il teatro è fertile terreno per il dialogo: il rapporto tra sogno e realtà, individualità e pluralità, verità e menzogna, nonché la molteplicità delle identità, temi cari al centro della produzione di Pessoa, rendono immediato il successo di Pirandello in Portogallo e portano alla partecipazione come invitato d’eccezione nel V "Congresso Internacional da Crítica", tenutosi a Lisbona nel 1931.

Infine anche la settima arte inizia a costituire un nuovo terreno di dialogo; nella storia del cinema portoghese è infatti rimasto il nome di Rino Lupo che in Portogallo, eletto paese d’adozione, fonda la Scuola di Arte Cinematografica di Lisbona e la Scuola di Cinema di Porto, presso la quale si formerà anche il grande regista Manoel de Oliveira.

Questi due esempi dimostrano lo zelo con cui la politica culturale fascista investiva nella propria proiezione in Portogallo, la cui ideologia e organizzazione corporativa dovevano molto al modello mussoliniano.

Un altro esempio è la costituzione del Fascio di Lisbona, della Casa d’Italia e del Reale Istituto di Cultura Luso-Italiano, l’attuale Istituto Italiano di Cultura; nonostante le finalità istitutive di divulgazione della cultura italiana in Portogallo, le direttive del regime erano quelle di organizzare sessioni di propaganda e reclutamento per il Partito Fascista. La strategia di lungo periodo era infatti quella di mantenere nella propria sfera d’influenza il regime di Salazar, non tanto (o non solo) in funzione anti-britannica o anti-francese, quanto anti-tedesca.

Finalità scolastiche e di docenza dell’italiano ricopriva invece la “Casa degli italiani”, istituita nel 1927 e stabilitasi definitivamente nel 1936 nel palazzetto “pombalino” di Rua do Salitre, attuale sede dell’Istituto Italiano di Cultura. Primo direttore fu Aldo Bizzarri, che per favorire l'avvicinamento ideologico tra i due regimi realizzò una serie di conferenze sulla cultura, sul sistema giudiziario e sulle relazioni storiche, fondando a partire dal 1939 la rivista Estudos Italianos em Portugal. Questo spazio di riflessione, che nei decenni ha raccolto articoli di ambito storico, artistico, letterario, scientifico e giuridico di lusitanisti italiani e italianisti portoghesi, ha senz’altro favorito una maggiore conoscenza delle reciproche culture, approfondita, dopo una sospensione di alcuni anni, con la Nuova Serie, inaugurata nel 2005 grazie al lavoro della prof.ssa Marnoto della Faculdade de Letras e all’Istituto Italiano di Cultura. Anche il direttore Gino Saviotti, con la fondazione del “Teatro-Estúdio do Salitre” e le esibizioni di gruppi di teatro sperimentale, lasciò il segno in questa storia di secolari rapporti culturali.

Questi non vennero ostacolati nemmeno dalla caduta del fascismo in Italia e dalla diversità di regimi politici; semmai, il dialogo si ampliò e problematizzò verso prospettive nuove. Mentre l’Istituto Italiano di Cultura, grazie alla sua extraterritorialità, divenne negli anni della dittatura di Salazar un punto d’incontro per chi cercava una finestra aperta sulle forme di cultura invise alla dittatura, a partire dagli anni ‘60 l’Italia ha cominciato ad accogliere rifugiati politici del regime, mentre movimenti antifascisti e anticoloniali organizzavano manifestazioni di appoggio alla resistenza portoghese. E quanto papa Paulo VI ricevette in Vaticano i rappresentanti dei principali movimenti di liberazione Agostinho Neto, Amílcar Cabral e Marcelino dos Santos, fu chiaro a tutti il destino del regime.

 

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1913